Perché il burqa soffoca ancora le donne afgane

The Telegraph, 2 gennaio 2003

I Talebani se ne sono andati ma i cambiamenti in Afghanistan sono per lo più superficiali, scrive Lucy Morgan Edwards da Kabul

In un piccolo cortile di Kabul giù per una stradina ripida tra le acque di scolo, si sentono appena i sussurri delle donne e il cigolio delle vecchie macchine per cucire Singer.

Il suono arriva da un centro di riabilitazione per prostituite, dove vengono tenute lezioni di sartoria e corsi di alfabetizzazione. Ma una visita costituisce un’impresa non da poco.

Prostituzione è una parola che la guida dell’Associazione Rivoluzionaria delle Donne d’Afghanistan, o RAWA, un movimento quasi clandestino anche durante il periodo successivo ai talebani, preferirebbe non venisse pronunciata per paura di incorrere nella collera dei fondamentalisti in Afghanistan.

C’era euforia un anno fa quando i Talebani furono cacciati dall’Alleanza del Nord, sostenuta dagli Americani.

Il mondo si era rallegrato che le donne afgane non avrebbero dovuto più indossare il burqa e sarebbero potute ritornare a scuola. Ma sembra che la promessa di quei primi giorni sia stata solo parzialmente mantenuta e che i cambiamenti siano solo apparenti.

La lotta per i diritti delle donne a Kabul è ancora un movimento clandestino, come emerge chiaramente dal tentativo di dare protezione alle donne, e non solo alle prostitute.

Molte di loro sono vulnerabili per il semplice fatto di non essere sposate, o essere state abbandonate, o ancora perché hanno subito abusi dal proprio marito e per queste ragioni rstano fuori dei canoni dei legami familiari accettati dalla società islamica.

Il fatto che RAWA sia ancora costretta a gestire rifugi segreti e che non possa fornire un riparo per la notte alle donne in Afghanistan, indica che essa continua ad riscontrare bisogni che non sono riconosciuti o sono respinti dalla società fortemente conservatrice afghana.

«Se le donne hanno bisogno di un rifugio per la notte le portiamo in Pakistan», ci dice un membro di RAWA, che negli ultimi vent’anni ha lottato in incognito per i diritti delle donne.

Lo scorso mese è saltato fuori un rapporto dell’Osservatorio per i Diritti Umani (HRW), che metteva in allarme sul ritorno dell’oppressione delle donne in stile talebano.

In una ricerca di 52 pagine si afferma che le scuole femminili vengono distrutte da uomini armati, le donne sono costrette a subire controlli medici per accertarne la castità e le ragazze sono costrette ad indossare il burqa.

Una parte dei problemi è correlata al riemergere di una fazione religiosa nel governo dell’Afghanistan post-talebano. Molti di loro, vecchi comandanti mujahideen, si sentono minacciati dall’idea di concedere potere alle donne.

Un membro della diaspora afgana, ritornato a Kabul come consulente del presidente Hamid Karzai, dichiara: «Affronteremo più di una battaglia adesso a causa di un fondamentalismo sviluppatosi per più di 20 anni e del suo ritorno durante gli ultimi sei mesi».

La lotta al conservatorismo era stata sollevata dal ritorno, lo scorso agosto, della polizia religiosa, conosciuta sotto i Talebani come Ministero per la Prevenzione dei vizi e la Promozione della Virtù, e rinominato ora Dipartimento dell’Istruzione Islamica.

Ne è susseguito il divieto alle donne di cantare in televisione e, ad Herat, il signore della guerra Ismail Khan ha recentemente annunciato che le donne che lavorano negli uffici delle Nazioni Unite non dovrebbero stringere la mano agli uomini stranieri e dovrebbero continuare a vestire il burqa.

La battaglia per i diritti delle donne ha subito un duro colpo quando in giugno il precedente ministro per gli Affari Femminili, Sima Samar, conosciuta per il suo atteggiamento progressista, è stata rimossa dalla carica perché accusata di essere blasfema e non credere nella legge islamica, la sharia.

Precedentemente la signora Samar aveva dichiarato al The Telegraph: «Anche Karzai ha paura di insistere troppo sulla questione delle donne poiché preoccupato della reazione degli altri politici.

«L’unico modo per far sì che le cose vadano avanti è che i finanziamenti siano vincolati per clausola alla promozione dei diritti delle donne».

Riferendosi alla critica di un collega che la aveva accusata di voler occidentalizzare le donne afgane, ha aggiunto: «Non sto chiedendo di ammettere l’aborto, sto parlando di uguaglianza».

Il nuovo Ministro per gli Affari Femminili, Tajwar Kakar, è stata più concisa e risoluta quando gli è stato chiesto perché il suo ministero non avesse fatto niente per garantire la protezione delle donne.

«In Afghanistan la nostra cultura è diversa. [Le donne] possono affrontare ogni problema che hanno come se ne dovessero discutere in famiglia. Tutta la famiglia sostiene le donne».

Tratto da: http://www.telegraph.co.uk