I prigionieri rilasciati da un carcere sovraffollato del nord riferiscono di brutalità e ingordigia

AP, 25 maggio 2002

di PATRICK QUINN

KANDAHAR, Afghanistan (AP) - Ex-combattenti talebani, rilasciati da una delle carceri nel nord dell'Afghanistan sono tornati a casa alla fine di questa settimana, raccontando episodi di morte, brutalità e ingordigia. I primi dei 512 detenuti rilasciati da Abdul Rashid Dostum, comandante del nord del paese e alleato degli Stati Uniti, che controlla la prigione di Shibergan, sono arrivati sabato da Mazar-e-Sharif, più di 420 miglia a nord di Kandahar.

Per lo più di etnia pashtun, molti degli uomini si erano fermati a Kandahar, lungo la strada verso le province vicine.

Dostum ha rilasciato i detenuti dopo una appello alla riconciliazione del presidente ad interim Hamid Karzai. Karzai, di etnia pashtun, originario di Kandahar - la terra dei talebani - ha detto che i religiosi radicali avevano obbligato al servizio militare molti dei soldati, aggiungendo che il neo-governo desiderava armonia etnica e definendo i soldati «fratelli afgani».

I pashtuni - uno dei principali gruppi etnici in Afghanistan, cui appartengono la maggior parte dei talebani - si sono visti marginalizzati dopo la fuga dei talebani e la salita al potere dell'Alleanza del Nord. Le Nazioni Unite ed altri gruppi internazionali per i diritti umani sostengono che i pashtuni siano stati discriminati nell'avvicendamento al potere che ha seguito i talebani.

Altri 5 prigionieri liberati di recente da Shibergan riferiscono di decessi di massa in container soffocanti, scarso cibo, e un tale affollamento che ci si poteva muovere a fatica. Raccontano anche della poca compassione da parte delle guardie, che li picchiavano, davano loro pochissima acqua e pretendevano dalle famiglie fino ad 800 dollari per il loro rilascio. Alcuni dei prigionieri affermano di essere stati arruolati dai talebani, che avevano fissato delle tasse per ogni villaggio.

Nessuno degli uomini voleva tornare a combattere, e alcuni di loro hanno espresso rabbia nei confronti degli Stati Uniti e della coalizione per l'attacco all'Afghanistan che aveva destituito i talebani e spazzato via la rete di Bin Laden ed al-Qaida. Il diciottenne Mir Ahmed, dalla provincia centrale di Ghor, accusa gli Stati Uniti di aver distrutto il suo paese, ma aggiunge di aver smesso di combattere.

«Questo è il momento più felice di tutta la mia vita». Le sue mani tremavano a causa di una ferita da proiettile ricevuta il 16 novembre. «Sono ottimista per il mio futuro. Non farò mai del male ad un'altro essere umano». Ahmed, ex-autista di taxi, unitosi ai Talebani su promessa di un miglior compenso, è stato catturato dalle forze di Dostum nella provincia di Kunduz il 26 novembre. Il suo comandante talebano si era arreso all'esercito di Dostum a condizione che i suoi uomini avessero tre giorni di tempo per tornare a casa.

Ma Dostum aveva rifiutato l'accordo, arrestando molti dei combattenti e rinchiudendoli in container di acciaio. Dei 200 uomini che si trovavano con lui in uno di quei container, solo 35 sono sopravvissuti. Ahmed racconta che per sopravvivere beveva la propria urina. Dopo il loro trasferimento a Shibergan, furono rinchiusi a gruppi di 60-80 uomini per ogni cella, con pochissimo spazio per muoversi. Il cibo consisteva in un pezzo di pane al giorno e un sorso d'acqua. Le condizioni sono migliorate nelle ultime settimane, dopo che il Comitato della Croce Rossa Internazionale (ICRC) ha avviato un programma di assistenza alimentare e sanitaria.

Mohammed Hassan, 23 anni, proveniente dalla provincia occidentale di Herat, fu catturato a Kunduz come Ahmed, e racconta una storia simile. Si era unito ai talebani per impedire che venisse arruolato il fratello sedicenne.

Egli racconta che più di 100 parenti dei detenuti stavano aspettando per il loro rilascio all'esterno della struttura di Shibergan il giorno della loro liberazione, dicendo che «questi erano quelli che avevano pagato» per il rilascio dei prigionieri.

Secondo la testimonianza di Dilbar, un altro prigioniero di 22 anni, il prezzo per la liberazione andava dai 350 agli 800 dollari, anche se «molti hanno pagato e non sono stati rilasciati».

Dopo la liberazione, la Croce Rossa ha dato ad ogni prigioniero 28 dollari per tornare a casa. Tutti affermano di averne spesi circa un terzo per il viaggio da Mazar-e-Sharif a Kabul, e altrettanti per andare a Kandahar.

«Il resto lo spenderemo per arrivare a casa», ha detto Nasurullah, 18 anni, che vive nella provincia nord-occidentale di Badghis.