campo Kacha Abadi a Rawalpindi

10 agosto 2004 - Kacha Abadi, Rawalpindi, Pakistan, dove i rifugiati afghani vivono in condizioni disperate. Siamo fiere che l’Ospedale Malalai sia al servizio dei rifugiati più bisognosi. Oltre l’80% dei pazienti viene da Kacha Abadi.


Un rapporto da Kacha Abadi

a cura di un membro di RAWA, 10 agosto 2004


Kacha Abadi è situato nei sobborghi di Islamabad, in una zona conosciuta come campo di fortuna per rifugiati afghani. La sua origine risale a 16 anni fa. Negli ultimi due anni vivevano qui circa 90mila famiglie, ma ora 20mila sono partite. Vive nel campo gente proveniente dalle regioni più svariate dell’Afghanistan: Laghman, Jalalabad, Kunduz, Baghlan, Takhar, Logar, Gardiz, Parwan, ed altre.

Il campo ha un consiglio di 27 membri, tutti uomini, per risolvere i problemi. Le case sono fatte di fango e non c’è elettricità (soltanto poche famiglie possono sostenere le spese di un generatore), non c’è acqua pulita (la gente ha in casa dei pozzi con pompe, di solito secchi in estate). Se si esclude l’ospedale Malalai (che cura soltanto donne e bambini) non ci sono ospedali (esistono molte cliniche private dai costi elevati, più di 200 rupie, che per questa gente sono veramente tante), né scuole (proprio l’anno scorso una ONG ha aperto soltanto 4-5 scuole primarie per bambini e bambine).

La maggior parte degli uomini lavora a Mandaee (un mercato ortofrutticolo) per trasportare frutta e verdura nei negozi. Difficilmente si vedono donne al di fuori delle proprie case. Non c’è lavoro, né corsi (a parte pochi corsi di RAWA), le donne si occupano delle faccende domestiche. Bambini di 8 anni, o anche meno, aiutano i loro genitori a guadagnare qualche soldo. Lavorano per lo più al mercato di Mandaee o girano per i garage a cercare carta, pezzi di metallo e ogni altra cosa che possa essere venduta.

Le Nazioni Unite e il governo pakistano hanno avvertito più volte la gente di KAcha Abadi di tornare in Afghanistan, ma il Consiglio e la gente si sono rifiutati di andarsene perché in Afghanistan le condizioni di vita per le loro famiglie non sarebbero certo migliori.

Dean Mohammad Baloch viene da Samangan (una provincia dell’Afghanistan settentrionale). Ha circa 45 anni ed è vissuto in Pakistan per 24 anni, di cui 12 a Kacha Abadi. È un membro del Consiglio del campo e lavora come intermediario per l’UNHCR [l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati, n.d.t.]. Dice: «La gente che si trova qui ha sofferto molto. Da quando i Russi hanno lasciato l’Afghanistan, le Nazioni Unite e altre agenzie umanitarie non hanno fatto niente per questa gente. Vogliamo mandare i nostri bambini a scuola, le nostre donne a dei corsi di alfabetizzazione e a corsi di formazione professionale, vogliamo acqua pulita, elettricità e lavoro, ospedali e centri sanitari, ma niente di tutto ciò esiste in questo campo. La maggior parte della gente qui ha a malapena cibo a sufficienza, i bambini soffrono di malnutrizione. Sebbene l’UNHCR e i governi pakistano e afgano vogliano che rientriamo in patria, la gente non vuole andarsene. Come possiamo fare? La prima cosa di cui abbiamo bisogno nel nostro paese è sicurezza, che non esiste a causa dei mujahedin e dei talebani».

Lui e pochi altri uomini, come Sahib Haq (originario di Logar), credono che il disarmo dei signori della guerra sia il primo passo per cambiare la situazione in Afghanistan. Sono tutti concordi nel dichiarare che fintanto che questi criminali restano dove sono, non cambierà niente. Tutti i criminali, a prescindere dall’etnia, devono essere processati e condannati. Dicono: &laquyo;dopo che i Russi hanno lasciato il nostro paese, quelli che si sono auto-proclamati nostri governanti sono i responsabili della distruzione dell’Afghanistan. Alle prossime elezioni voteremo per Karzai poiché riteniamo che sia migliore dei signori della guerra. Sosterremo chiunque lavori onestamente per la pace, la libertà e i diritti umani».

Tutti i 50 uomini cui è stato chiesto cosa pensassero dell’opedale Malalai, hanno detto:«Siamo molto contenti che le nostre donne e i nostri bambini possano avere accesso a questo ospedale. Non potevamo permetterci di mandarli da un medico, ma ora siamo sicuri che l’ospedale Malalai non deluderà le loro aspettative, anche se accoglie ogni giorno un numero molto grande di pazienti. Ma ci piacerebbe che apriste un reparto anche per gli uomini. Dove potremmo andare se ci ammaliamo? Speriamo che l’ospedale in futuro possa continuare il suo lavoro anche in Afghanistan».