“Per ricordare la famiglia di Haziza, di Bashir, di Jamila e centinaia di altre famiglie afghane”

Prof. Marc W. Herold , 7 ottobre 2003

Dipartimento di Economia e Studi Femminili
Università del New Hampshire

tratto da “No More Victims”, Seacoast Peace Response
Portsmouth Market Square

L’attacco aereo su Kabul, in Afghanistan, è iniziato alle 20:57 ora locale del 7 ottobre [2001]. Durante quella domenica notte, i missili e gli aeri da guerra americani e britannici hanno colpito trenta luoghi diversi in tutto l’Afghanistan, incluse sette aree urbane [di cui tre a Kabul].

Haziza, 12 anni, viveva con suo padre, sua madre e 4 fratelli e sorelle in un sobborgo povero vicino l’aeroporto di Kabul. Suo padre gestiva una piccola drogheria dove vendeva chewing gum e sigarette. Haziza ricorda la prima notte dell’attacco statunitense:

«Ero con mio padre e tre miei fratelli a casa di mio nonno quando il primo gruppo di aerei da guerra tuonanti ha iniziato a bombardare Kabul lo scorso 7 ottobre, mentre mia madre e il mio fratellino di soli due mesi erano a casa … fu veramente terribile: era un susseguirsi di espolosioni, una dietro l’altra.» (1)

Arrivati sul posto, hanno trovato la propria casa distrutta e la madre e il fratellino seppelliti dalle macerie. I cavi dell’elettricità erano stati tagliati. I soccorritori stavano disperatamente dando fuoco a fogli di carta, uno dopo l’altro, sperando di illuminare la notte di Kabul. (2) Il padre di Haziza è scappato da Kabul verso il Pakistan per andare a vivere nel decrepito campo di Tajabad. Adesso Haziza lava vestiti nel campo per guadagnare poche rupie, è una delle venti persone che vivono con sua zia. Alcune volte va meglio, molte altre peggio, raramente si sopravvive con l’elemosina, il lavoro in fabbrica sottopagato, dove dilagano le molestie sessuali, raccogliendo immondizia o prostituendosi. (3) Nella vicina città di Jamrud, i bambini di 5 anni vengono messi all’asta in un magazzino fortificato. (4)

Gli Stati Uniti hanno polverizzato la casa di Haziza.

La stessa mattina dell’otto ottobre, a Kabul, il 34enne Abdul Bashir, agonizzante per aver perso la sua amata bambina di 5 anni, Zaniulla, uccisa da una bomba americana, diretta ad un accampamento talebano sulla vicina collina e caduta invece davanti al palazzo a nord di Kabul. (5) Da allora, Bashir non riesce a non parlare della “mia bellissima figlia.” (6)

Bashir e sua moglie, Shakilla, soffrono di disturbi nervosi mentre i loro altri due bambini si svegliando urlando durante la notte.

Una bomba americana, cadendo nel cortile di un condominio ha ucciso “una bella bambina”.

Il 21 ottobre, alcuni aerei americani hanno bombardato l’area di Tarin Kot nel sud dell’Afghanistan ed ucciso 21 persone appartenenti a due famiglie (7). Tra le vittime 17 bambini, 3 donne e un uomo che, per ironia della sorte, li stava portando con un trattore fuori città per evitare le bombe che cadevano sul centro abitato. Secondo i sopravvissuti, la maggior parte dei bambini è morta quando un aereo ha colpito il trattore. Allora, non appena i parenti sono accorsi sul luogo ed hanno portato i feriti in una casa, gli aerei sono tornati e hanno bombardato la casa, uccidendo e ferendo quattro tra coloro che erano lì per aiutare.

Durante la notte del 21 ottobre 2001, sugli altopiani centrali dell’Afghanistan, nei pressi di Tirin Kot, gli aerei da guerra statunitensi hanno colpito un ‘sospetto commando talebano’ chiamato Gar Mao, appena fuori città, rilasciando cinque bombe su di essa e colpendo la stazione di polizia verso le otto di sera, seguito più tardi da altri attacchi.

La vendetta dell’11 settembre colpisce una casa dai muri di fango circondata da albicocchi nel piccolo villaggio di Thorai, situato appena fuori Tirin Kot. Un totale di 18-32 abitanti dello stesso villaggio di Jamila. Un secondo attacco alle 10 di sera ha ucciso molte persone della famiglia di Dery Gul, che stavano provando a scappare su un trattore. Jamila ricorda:

«Quella sera stavamo cenando. Erano circa le 8, 8.30, improvvisamente un’esplosione assordante ha sconvolto l’intero villaggio, seguita da una serie di esplosioni… i miei bambini e mia suocera hanno cominciato ad urlare per la paura. “Gli americani hanno attaccato” ha gridato mio marito. “Spegni le candele”, mi ha chiesto… non so spiegare esattamente cosa sia successo… ricordo solamente un’enorme esplosione e ho perso i sensi. Quando sono tornata cosciente, ho visto i miei parenti e gli abitanti del villaggio impegnati a scavare tra le macerie e il fango per tirar fuori i cadaveri dei loro vicini e dei loro cari. La mia prima domanda fu sui bambini e su mio marito. Ho chiesto di loro ad uno dei miei familiari, che mi aveva tirata fuori dalle macerie della mia casa distrutta. Lui è rimasto zitto. Non ha risposto dicendo che tutto era a posto. “L’attacco è terminato. Non muoverti. Sei ferita.” Ho sentito che ero coperta di sangue. Ma ho continuato a chiedere dei miei bambini e degli altri familiari….»

Jamila era sdraiata su un letto di legno, avvolta in bende, nella corsia di medicina generale dell’ospedale civile di Quetta, insieme ad altri feriti dell’attacco statunitense. Jamila era stata portata lì da Kandahar - dove non poteva essere curata a causa del collasso del sistema sanitario afghano - dalla Al-Rasheed Trust, un’associazione caritatevole islamica che è ancora attiva in Afghanistan. La donna ha subito molte fratture alle gambe, alle braccia e alle spalle.

«Poiché insistevo, alla fine [il mio parente] mi ha detto che il mio figlio più grande, Waheedullah, quello più piccolo Shakir, e mia figlia Saima erano saliti ad Allah. Mia suocera, mio cognato e altri quattro [amici] erano morti nell’attacco. Mio marito, Ghaziullah, e mia figlia [di 10 anni] Shakira erano rimasti gravemente feriti. Sono stati portati all’ospedale di Kandahar, dove mio marito è stato dichiarato morto.»

Jamila ha terminato la conversazione dicendo:

«Non voglio dire nient’altro. Voglio solo chiedere agli Americani cosa abbiano ottenuto dopo aver ucciso i miei bambini innocenti e gli altri membri della famiglia. Erano terroristi? Hanno ucciso qualche americano?»

L’unico membro della famiglia di Jamila ancora in vita è sua figlia Shakira. Anche un’altra famiglia ha perso molti membri.

Il colonnello dell’esercito Jim Yonts del Comando Centrale degli USA a Tampa, Florida, un veterano degli Affari pubblici dell’Esercito in Europa, ha riportato un vecchio discorso del Pentagono:

«…Siamo stati a guardare [nel campo] per un paio di giorni…abbiamo verificato il bersaglio e la notte del 21 abbiamo sganciato alcune bombe ad alta precisione sull’obiettivo, e abbiamo distrutto quell’obiettivo.»

Haziza, Zaniulla, Wheedullah, Shakir, Ghaziullah…sono vittime del terrorismo di stato degli USA.

Per avere ulteriori informazioni e immagini sulla guerra USA in Afghanistan visita il sito del Professor Marc W. Herold

Fonti:

(1) Intikhab Amir, “Afghan Children - A Ray of Hope for Their Country”, Dawn [ 4 novembre 2001].
Sulla vita nell’improvvisato campo Tajabad: Intikhab Amir, “Afghan Refugees Leading A Miserable Life”, Dawn [ 7 novembre 2001] http://www.dawn.com/2001/11/07/nat21.htm.
Foto sulla vita nel campo di Peshawar: Marcus Stern, “Refugees At Crossroads”, Copley News Service [26 settembre 2001],
http://www.signonsandiego.com/news/nation/terror/dispatches/20010926-9999_1n26refugees.html

(2) Christina Lamb, “After the Bombs, Tales of Horror and Misery”, The Age [22 ottobre 2001] e specialmente Barry Bearak, “Escaping Afghanistan, Children Pay Price”, New York Times [31 ottobre 2001], http://www.pulitzer.org/year/2002/international-reporting/works/103001.html

(3) M. Ilyas Khan, “Pitiable Afghan Woman”, Dawn:
http://www.sabawoon.com/news.asp?id=2913&view=detail

(4) Andrew Bushell, “Sale of Children Thrives in Pakistan?” Washington Times [21 gennaio 2002]:
http://www.yorku.ca/iwrp/afghan/saleofchildren.htm

(5) “Afghan Victims of U.S Strikes Seek Aid”, Times of India [13 febbraio 2002], citando un rapporto AFP.

(6) “Victims Demand Compensation”, Dawn [14 febbraio 2002], http://www.dawn.com/2002/0214/int2.htm

(7) Prodotto da Marc W. Herold, sulla base dei rapporti di Aamir Latif [corrispondente di Islam On Line], Carlotta Gall [New York Times], Catherine Philip [The Times], e altri.

Il costo totale in termini di vite umane dei bombardamenti americani non si saprà mai, ma molti di più sono morti…