Donne si immolano all’alba nelle province occidentali

RFE/RL , 1 marzo 2004

di Golnaz Esfandiari

Il governo afghano sta esprimendo la propria preoccupazione per il crescente numero di donne della provincia di Herat che si suicidano autoimmolandosi. Suraya Sobah Rang, il ministro per gli Affari Femminili d’Afghanistan, dichiara che i matrimoni forzati e la continua mancanza di accesso all’istruzione contribuiscono ad aumentare la disperazione tra le donne di Herat.

Praga, 1 Marzo 2004 (RFE/RL) -- Gurcharan Virdee non è estranea alle difficiltà affrontate dalle donne nelle diverse parti del mondo.

Virdee lavora per Medica Mondiale, un’associazione internazionale basata in Germania che sostiene le donne in situazioni di guerra e di crisi.

«Prima di commettere il suicidio, mia sorella diceva sempre di sperare di non tornare mai più in Afghanistan e di rivivere di nuovo la soffocante atmosfera di Herat». Il gruppo sta attualmente lavorando su un programma volto a proteggere le donne che vivono nella provincia occidentale afghana di Herat - un’area dove la repressione dell’era dei Talebani è ancora attuale.

Qui, Virdee ha incontrato diverse donne che hanno tentato il suicidio attraverso l’autoimmolazione. Il caso più tragico, racconta Virdee, è quello di una giovane ragazza incinta che, nonostante le gravi ustioni che coprivano il 60% del suo corpo, è sopravvissuta.

4 ragazze si autoimmolano nell’ovest dell’Afghanistan

Altre quattro donne si sono immolate nell’Afghanistan occidentale negli ultimi tre giorni, ha riportato un quotidiano indipendente di Kabul.

Nonostante gli sforzi del governo e delle associazioni umanitarie, altri 4 casi di autoimmolazione sono stati registrati nella provincia di Herat», ha riportato Erada. Tutte le vittime, dice il quotidiano, erano giovani ragazze e le ragioni dietro a tale gesto sono ancora sconosciute.

Il quotidiano ha citato dei volontari che ritengono responsabile di tutto ciò le recenti restrizioni imposte sulle donne dal governatore di Herat, Ismail Khan. «Le dure restrizioni contro le donne sono la causa principale delle autoimmolazioni», Erada cita le parole di Gulcharan. Nessun ufficiale del governo è stato disponibile a commentare l’accaduto.

Il potente Ismail Khan ha vietato alle cantanti di apparire in televisione, ha fatto chiudere i saloni di bellezza e le sartorie che confezionavano abiti femminili nelle zone della provincia di Herat da lui controllate.

Xinhua, 3 febbraio 2004

«Una delle donne che ho incontrato aveva circa 29 anni. Madre già di 4 figli, era incinta di sette mesi quando si è data fuoco. Stava affrontando dei problemi con suo marito e la famiglia di lui, non le permettevano di visitare la propria famiglia. Si è data fuoco. Ha comunque dato alla luce una bambina, senza lesioni, che è stata affidata ad una sua zia affinché se ne prendesse cura. La madre è morta tre settimane dopo il parto» dice la Virdee.

Una delegazione governativa, che ha viaggiato verso Herat la scorsa settimana, sostiene che negli ultimi mesi nella provincia si siano suicidate almeno 52 donne.

Un ospedale regionale di Herat, lo scorso anno, ha registrato 160 casi di tentato suicidio tra donne e ragazze dai 12 ai 50 anni. Ma secondo la Virdee il numero reale è probabilmente molto più elevato.

«Le statistiche ufficiali che hanno gli ospedali riguardano solo le donne che vengono ricoverate e ricevono delle cure. Ci sono poi i casi di donne che si immolano nei villaggi, in città, e in altre province. Ma queste sono donne che non rientrano nelle stime, in parte perché non raggiungono mai l’ospedale o perché muoiono, nei villaggi o in città. Questi sono i casi che non arrivano mai all’attenzione delle autorità pubbliche», assicura Virdee.

Le fonti ufficiali afghane dicono che la povertà, i matrimoni forzati e il mancato accesso all’istruzione sono la ragione principale del suicidio tra le donne di Herat. È molto diffusa anche la violenza all’interno della propria casa.

«Molte donne dicono che i loro mariti non permettono loro di andare a far visita alle proprie famiglie. Vigono severi divieti di spostarsi ed esistono episodi di violenza nei loro confronti - sia psicologica che fisica - intimidazioni e isolamento», conferma la Virdee.

Durante i cinque anni di regime talebano, alle donne non era permesso né di lavorare né di studiare. Non potevano lasciare le loro case senza una scorta maschile ed erano costrette ad indossare il burqa che le copriva completamente.

Dalla caduta dei talebani, avvenuta alla fine del 2001, le donne hanno riconquistato ancora una volta il diritto allo studio e al lavoro. Ma gli attivisti sostengono che le donne in molte parti dell’Afghanistan - compresa Herat, che è amministrata con un pugno di ferro da un governatore provinciale, che allo stesso tempo è un signore della guerra, Ismail Khan - ancora subiscono repressione e persecuzione.

La Virdee dice che le violazioni dei diritti delle donne contribuiscono ad aumentare i casi si autoimmolazione.

«La repressione istituzionale della libertà di movimento è un altro fattore importante perché le donne non possono prendere da sole un taxi, se parlano con altri uomini devono vestire il burqa, subiscono restrizioni sulla libertà di lavorare. Recentemente a Herat un negozio per donne che aveva assunto molte lavoratrici è stato chiuso. Anche le scuole-guida per donne sono state chiuse», racconta Virde.

Ahmad Bassir è un corrispondente di Radio Libera Afghana basato a Herat. Egli ribadisce che le donne non vedono alcuna differenza tra la loro vita di adesso e quella sotto i Talebani, e che la disperazione le porta a tentare il suicidio.

«Dicono che speravano che, dopo la caduta dei Talebani e dopo che il governo di transizione avesse preso potere, la situazione sarebbe migliorata per le donne e che ci sarebbero state sempre meno restrizioni. Ma abbiamo visto che non ci sono stati cambiamenti e le donne stanno adottando questo gesto estremo [l’autoimmolazione] per mostrare la loro protesta. Molte di queste ragazze sono istruite, e molte sono studentesse» ha detto Bassir.

Bassir ha aggiunto che la disperazione è forte soprattutto per quelle donne che una volta vivevano come rifugiate nel vicino Iran, dove le donne godono di più ampi diritti.

Mina, residente a Herat, ha raccontato a Radio Libera Afghana che sua sorella si è suicidata recentemente dopo essere tornata in Afghanistan dall’Iran.

«Prima vivevamo in Iran dove stavamo molto bene. Ma da quando siamo tornati a Herat abbiamo subito forti pressioni. Prima che commettesse il suicidio, mia sorella diceva sempre che sperava di non tornare mai più in Afghanistan e di rivivere l’opprimente realtà di Herat. Aveva anche dei problemi familiari. È stata costretta a fidanzarsi con un ragazzo che non le piaceva», ha spiegato Mina.

L’aumento delle autoimmolazioni tra le donne sta provocando la preoccupazione delle autorità e della cittadinanza. Lo scorso anno la televisione pubblica di Herat ha trasmetto un programma che esortava i mariti a trattare le proprie mogli con maggiore riguardo e alcune ONG si stanno interessando al problema.

Virdee sostiene che si tratta di piccoli passi verso la soluzione di quello che è un problema endemico. In molti casi, dice, le restrizioni sociali continuano a impedire alle donne anche solo di verificare se un aiuto è possibile.

«Al momento, sebbene moltissime ONG e dipartimenti che operano esclusivamente per le donne stiano cercando di risvagliare la consapevolezza pubblica su quest’argomento, il problema è che le donne sono talmente represse che per loro è difficile anche il solo uscire di casa, o essere in grado di cercare aiuto» ha spiegato Virdee.

Non è un problema che riguarda solamente Herat. I suicidi femminili attraverso autoimmolazione è un problema comune in molte parti dell’Afghanistan e dell’intero Sud Asia.

Ma le statistiche sono incomplete e in gran parte inaffidabili. Rispetto al suicidio sopravvive in Afghanistan una sorta di reticenza sociale radicata, e molte famiglie sono riluttanti a prestare aiuto alle vittime dell’autoimmolazione o a parlare delle ragioni che sono a monte di gesti di questo tipo.