La crisi afgana e l'indifferenza dei media

Perché i media stanno ignorando la morte di numerosi civili afgani?

THE ECOLOGIST, marzo 2002

E' una lunga tradizione della ‘stampa libera’ dare risalto alle atrocità commesse dagli ‘altri’, dando poco peso alle atrocità commesse da ‘noi’. È inevitabile cogliere una contraddizione in questo tipo di notiziari, come ad esempio quando la nazione più ricca del mondo decide di bombardare il paese più povero del mondo come parte di una ‘guerra per la civilizzazione’.

Per molti media, la guerra in Afghanistan è finita con la caduta di Kabul il 13 novembre. Come al solito, le notizie erano focalizzate sugli orrendi crimini dell'altro, e sulla nostra necessità di distruggere i talebani e al-Qaida. Raggiunto (in parte) lo scopo, i giornalisti hanno annunciato un'altra gloriosa vittoria umanitaria e sono passati oltre. Improvvisamente, la guerra in Afghanistan è tornata ad essere notizia vecchia, ma non per civili uccisi nei continui bombardamenti. Una storia diversa - il prezzo della nostra 'vittoria' pagato dalla popolazione afgana - minacciava di portare agli onor di cronaca i nostri crimini, e così è stato ignorato dai nostri media, secondo la tradizione. È strordinaria la gravità di quello su cui si è passato sopra.

Un lettore attento potrebbe accorgersi che le vittime dei bombardamenti in Afghanistan superano quelle dell'11 settembre. Questo 'effetto collaterale' rappresenta una piccola frazione di tutto l'orrore che è stato inflitto all'Afghanistan. Il 16 settembre, la stampa riportò la notizia che il governo americano aveva chiesto al Pakistan di interrompere i convogli che portavano i rifornimenti di cibo, dai quali gli afgani, già provati dalla carestia, dipendevano. Verso la fine di settembre, la FAO aveva messo in guardia contro il fatto che 7 milioni di persone stavano per affrontare una crisi che avrebbe potuto portare al dilagare della fame, se fosse stata intrapresa un'azione militare, ipotizzando una ‘catastrofe umanitaria’ a meno che non venissero ripresi al più presto gli aiuti umanitari e si rinunciasse alle azioni militari. Dominic Nutt, di Christian Aid, ha ammonito: «È come se un enorme fossa comune fosse stata scavata alle spalle di milioni di persone. Possiamo tirarli fuori o spingerli dentro. Potremmo assistere a milioni di morti.» (1)

Immaginiamo per un momento che una coalizione decida di lanciare un attacco per sradicare il terrorismo in Francia, per esempio, alla condizione che 7 milioni di civili francesi potrebbero perdere la vita. Eccezionalmente, nonostante i media abbiano avvertito le agenzie umanitarie di un probabile sterminio di massa e della necessità di interrompere i bombardamenti prima dell'arrivo delle nevicate, l'intera faccenda fu poi semplicemente dimenticata.

Quanti morirono a causa del freddo e della neve? Quanti, dei 7 milioni di abitanti, furono ‘spinti’ nella fossa comune? Senz'altro il nostro governo - i ‘crociati’ del Kosovo - non ebbe interesse nel sollevare tali problemi, per ovvie ragioni. Allo stesso modo, il destino di milioni di innocenti, messo in pericolo dalla politica di stato, è stato completamente ignorato dai nostri media. Possiamo farci un'idea del senso morale della nostra democrazia dal poco peso che è stato dato alla faccenda.

Il 3 gennaio, in un breve articolo a pagina 14, The Guardian aveva parlato delle condizioni in cui versano 35mila rifugiati afgani nel campo di Maslakh, 30 miglia ad ovest della città di Herat. Doug McKinlay ha descritto come 100 rifugiati morissero ogni giorno per assideramento e fame (in pratica un 11 settembre ogni mese). Le dimensioni delle tombe nei cimiteri ai bordi del campo indica chiaramente che «la maggior parte delle vittime seppellite erano bambini», scriveva McKinlay. (2)

Ian Lethbridge, direttore esecutivo dell'associazione Feed the Children, ha detto: «Faccio sempre un confronto con le condizioni di vita che ho riscontrato in Africa. E in Afghanistan siamo agli stessi livelli per quanto riguarda i nuovi profughi».(3)

A queste 35mila persone non è arrivato alcun aiuto umanitario. Una donna, lì al campo, ha affrontato McKinlay: «Stai solo facendo foto. Non sei qua per aiutarci. Le foto non si mangiano. Stiamo morendo. Ci servono cibo e medicine.»

Le condizioni al di fuori del campo di Maslakh erano anche più terrificanti. Il 4 gennaio, Christian Aid ha affermato che: «I profughi che arrivavano al campo di Maslakh, vicino Herat, descrivevano la ‘situazione di calamità’ in cui tutt'ora vivono le famiglie. Intense nevicate rendono difficoltoso il trasporto degli aiuti umanitari presso le aree più vulnerabili, nella zona montagnosa della provincia di Ghor …» (4)

Hayat Fazil, dell'associazione partner di Christian Aid, la NPO/RRAA (Norwegian Project Office/Rural Rehabilitation Association for Afghanistan) «avvertì che i villaggi di campagna vengono trascurati, mentre i campi profughi come quello di Maslakh fanno la parte del leone nella spartizione degli aiuti umanitari.»

Fino ad ora le maggiori agenzie stampa e televisive, la ITN e la BBC TV, non hanno dato spazio a notizie riguardo a questa catastrofe. Per quanto ne sappia, l'unico riferimento fatto dalla BBC alla condizione dei profughi afgani è consistita in un documentario girato a novembre nel campo di Makaki, dove vivono 5000 rifugiati (5). Le condizioni di vita nel campo di Makaki, per quanto spaventose, non raggiungevano l'orrore di Maslakh ed altri campi simili. Nel filmato della BBC, la dott.ssa Pauline Horrill, di MSF, ha riportato la morte di tre bambini in cinque giorni.

Il maggior concorrente della BBC ha, in un certo senso, tentato di riprendere la miseria dell'Afghanistan. Nei giorni 9, 13, 22 e 26 gennaio, la ITN ha mostrato la storia di Marjan, un leone dello zoo di Kabul, a cui mancava un occhio. L'immagine di Marjan, provato e sofferente, ha colpito molte persone in tutto il mondo, come un «simbolo dei maltrattamenti sotto il regime dei talebani». Come risultato, un gruppo di veterinari ha soccorso Marjan con medicine e cibo (6). La parte finale del filmato mostra un Marjan felice mentre mastica un grosso pezzo di carne.

Cosa si mangiasse nel resto dell'Afghanistan, lo si può leggere in uno dei rari servizi di The Guardian: «Il villaggio di Bonavash sta lentamente morendo di fame», scrisse Ravi Nessman. «Assediata dai talebani e indebolita da anni di siccità, la popolazione, in questo remoto insediamento di montagna, ha imparato a sopravvivere nutrendosi di pane prodotto con erba e qualche traccia di farina di orzo. I bambini, alle cui madri mancava il latte, venivano nutriti con pappe di erba. I più anziani, senza denti, riducevano l'erba in polvere. Molti sono morti. Ancora di più sono malati. Quasi chiunque ha la diarrea o una tosse insistente. Quando per i bambini il dolore diventa insopportabile, le madri cercano di diminuire la pressione applicando un panno sulla loro pancia.»

«Aspettiamo la morte. Se non arriva cibo, se la situazione non cambia, continueremo a mangiare erba … fino alla morte», ha detto Ghalam Raza, 42 anni, un uomo sofferente di forte tosse, dolore allo stomaco ed emorragia interna. (7)

Nessman ha riportato la storia di Khadabaksh, una volta contadino, disperato per le sue quattro figlie: «Tre settimane fa, i suoi figli avevano una madre ed una baby sitter. Entrambe sono morte. Khadabaksh elemosina dai vicini piccole quantità di orzo coltivato nel loro orto in modo da poter fare del pane d'erba per la sua famiglia … «Meglio morire nella nostra casa», ha detto, «che in un posto estraneo circondati da persone estranee».

A tal riguardo, sia la ITN che la BBC TV, ancora una volta non avevano nulla da dire per tutto quest'anno e fino alla seconda metà di dicembre.

Per contro, i lettori ricorderanno senza dubbio le immagini di migliaia e migliaia di profughi fuggire dai combattimenti e dai bombardamenti in Kosovo nel 1999. La ITN e la BBC mostrarono a più riprese le scene drammatiche di colline intere coperte di profughi disperati - ogni giorno aggiungendo alle notizie interviste, indagini, filmati dal forte contenuto emotivo per mostrare la sofferenze di questa gente.

Allo stesso modo, mentre potremmo considerare i servizi del The Guardian un segno dell'apertura e dell'indipendenza del quotidiano, un confronto con gli articoli apparsi nel 1999 su altri argomenti fanno capire che le cose stanno diversamente. Dall'11 settembre, The Guardian e The Observer hanno menzionato la catastrofe che ha colpito i 35mila profughi di Maslakh 5 volte - in media una volta al mese. Per contro, nel mese fino al 27 gennaio, gli stessi quotidiani avevano menzionato la storia dei prigionieri detenuti nel centro americano nella baia di Guantanamo ben 72 volte. Un argomento, questo, affatto scomodo e facile da affrontare, se paragonato con la nostra responsabilità per la morte dei profughi afgani.

Ancora, tra aprile e giugno del 1999, The Guardian menzionò per 48 volte la situazione di 65mila profughi kosovari arenatisi a Brace, al confine tra la Macedonia e il Kosovo, una media di una volta ogni due giorni. La scala e l'intensità delle sofferenze allora è niente in confronto a quelle dell'Afghanistan ora.

L'unica differenza sostanziale è la direzione verso cui debba essere puntato il dito accusatore. Nonostante il flusso migratorio della popolazione kosovara fu una diretta conseguenza della campagna militare NATO - osservatori indipendenti, e lo stesso Dipartimento di Stato americano, hanno constatato che l'esodo di massa e l'impennata delle atrocità ebbero luogo subito dopo l'inizio dei bombardamenti - i media scelsero di attenersi alle dichiarazioni dei governi di Gran Bretagna e Stati Uniti, che davano la colpa al «genocidio serbo». Come risultato, durante la crisi in Kosovo, il problema dei profughi è stato usato come potente propaganda per giustificare l'assalto NATO; i politici più volte riportarono l'attenzione dei media sulle sofferenze causate dai serbi, descrivendo «quel tipo di pulizia etnica che credevamo fosse stato dimenticato dopo la seconda guerra mondiale», come affermato dal Segretario Generale della NATO, George Robertson (8). I media seguirono questa linea con scrupolo. In Afghanistan, al contrario, è evidente che la ‘guerra contro il terrorismo’ è da considerarsi la principale responsabile per la catastrofe umanitaria, la distruzione di scorte di cibo, e la sofferenza e la morte dei profughi nei campi come fuori. In un articolo del Sunday Telegraph, Christina Lamb ha scritto riguardo ai profughi di Maslakh: «Molti provengono dalle province settentrionali di Faryab, Ghor e Sar-e-Pul, così come da Ghazni, situata nella zona centrale dell'Afghanistan, tutti territori montuosi dove il World Food Programme portava aiuti alimentari, che ha dovuto interrompere a causa dei bombardamenti. Ora i villaggi non possono essere raggiunti poiché i passi sono chiusi». (9)

Nel servizio di The Observer, sopracitato, Suzanne Goldenberg scrive che il campo di Maslakh era già in condizioni critiche l'estate scorsa, ma la popolazione del campo si trovò in condizioni ancora peggiori quando, dopo l'11 settembre, gli operatori umanitari dovettero lasciare l'Afghanistan». (10)

Tutto questo è profondamente imbarazzante sia per il governo americano che per quello inglese, per la cosiddetta ‘guerra per la civilizzazione’, e per la credibilità dei media che li sostengono. I politici non hanno rivolto l'attenzione verso il problema dei profughi e, ancora una volta, i media hanno scrupolosamente seguito i loro governanti.

Quest'obbedienza, che ricorre spesso nella stampa, ebbe risvolti ancora più drammatici nel caso di Timor Est. I massacri perpetrati prima, durante e dopo la “crociata morale” della NATO in Kosovo, furono tutto fuorché ignorati dalla stampa prima del referendum del 30 agosto. Successivamente, l'ipocrisia dei crociati della morale occidentali nel non assumersi la responsabilità, o almeno accennare, alle atrocità commesse dai nostri partner indonesiani, passò inosservata. Un altro esempio è il silenzio rispettoso dei media sullo sterminio di massa dei civili iracheni, nonostante le dimissioni di alti diplomatici ONU, nel 1998 e nel 2000, che definirono le sanzione imposte un 'genocidio'. Le attività del New Labour su questa tematica non fu considerata meritevole di nota dai media durante le elezioni generali dell'anno scorso, e questo è solo un esempio.

La profonda malattia morale che affligge la nostra società è evidenziata anche dal contrasto tra l'intensa passione e la copertura della stampa per le vittime dell'11 settembre, rispetto alle vittime afgane tra il 7 ottobre ed oggi. All'inizio di gennaio, lo scrittore statunitense Ed Herman ha stimato che la copertura data dai media alla morte di Nathan Chapman, l'unica perdita americana in combattimento, è stata maggiore di quella riservata alle vittime afgane dei bombardamenti e della fame. Secondo Noam Chomsky è stato fatto un solo riferimento al campo Malkash nella copertura fatta dai media americani. Walter Isaacson, della CNN, ha dichiarato: «sarebbe perverso dedicare troppa attenzione alle perdite o alla situazione critica dell'Afghanistan.» (11)

È una avversione comprensibile, visto che gli afgani stanno perdendo la vita per ragioni non giuste. Il professor Victor Bulmer-Thomas, dell'Istituto Reale per gli Affari Esteri, mostra che una maggiore sicurezza, misure contro il riciclaggio di denaro, e un maggiore scambio di informazioni tra i servizi segreti delle varie nazioni stiano indebolendo il terrorismo globale. Egli sostiene anche un approccio che individui le cause dello scontento in Medio Oriente, Arabia Saudita e Iraq. Ma i bombardamenti, sostiene Bulmer-Thomas, «sfortunatamente hanno armato molti paesi nel mondo, il che aggrava i problemi». La sua è una triste conclusione nei riguardi della moltitudine di sofferenti in Afghanistan: «Se qualcuno pensa che questo temporaneo indebolimento delle capacità di al-Qaida, ottenuto con la distruzione dei campi di addestramento dei terroristi in Afghanistan, ridurrà i rischi di attentati terroristici in un prossimo futuro, mi dispiace ma si sbaglia. Il fatto che i campi di addestramento dei terroristi non siano in Afghanistan, non significa che non possano trovarsi altrove. Ed inoltre, al-Qaida starà valutando la possibilità di avere nuovi siti per l'addestramento dei suoi militanti in Europa, Canada e perfino in USA.» (12)


David Edwards è co-editore di Media Lens, le cui notizie e ricerche sono consultabili al sito http://www.medialens.org/

Riferimenti bibliografici

1 Stephen Morris e Felicity Lawrence, 'Afghanistan Facing Humanitarian Disaster,' 'The Guardian',19 Settembre 2001.

2 McKinlay, 'Refugees left in the cold at 'slaughterhouse' camp,' 'The Guardian', 3.1.02.

3 ibid.

4 Sito web di Christian Aid, "Hunger forces families to abandon mountain homes", 4 Gennaio 2002.

5 'Correspondent', 'The Dispossessed', BBC2, 20 Gennaio 2002.

6 'ITN Lunchtime News', 9 Gennaio 2002.

7 Ravi Nessman, 'Afghans eat grass as aid fails to arrive,' 'Guardian', 9 Gennaio 2002.

8 Intervista con Jonathan Dimbleby, ITV, 11 Giugno 2000.

9 Lamb, 'They call this Slaughterhouse,' Sunday Telegraph', 9 Dicembre 2001

10 Goldenberg,'Hunger and vengeance haunt Afghanistan's sprawling tent city', 'The Observer', 27 Gennaio 2002

11 'Washington Post', 31 Ottobre 2001.

12 Bulmer-Thomas, 'Jonathan Dimbleby', ITV, 28 Gennaio 2002.

Fonte: http://www.theecologist.org/