Lettera dall’Afghanistan

La drammatica storia delle ragazze di Herat

The Nation Magazine, 4 settembre 2004

di Ann Jones

L'amministrazione Bush si vanta di aver ristabilito la democrazia in Afghanistan, ma che significa “democrazia” se più di metà della popolazione è considerata una proprietà? Per tradizione, ogni ragazza o donna afghana deve essere affidata ad un uomo, che sia il padre, il marito, il fratello, il figlio o uno zio. Gli uomini afghani vendono abitualmente le figlie in matrimonio, bambine che spesso non hanno neanche 16 anni, e rivendicano in cambio un pagamento. Alcune volte cedono le donne della propria famiglia come compenso per saldare debiti o per risolvere dispute con altri uomini. Chiamiamola pure tradizione o usanza locale antiquata, resta il fatto che le donne e le ragazze afghane vengono ancora comprate, vendute, trattate come merce di scambio.

Finora, l'amministrazione Bush ha affrontato il problema ignorandolo e portando avanti la linea ufficiale che le donne afghane sono state “liberate” nel momento in cui i talebani sono stati allontanati, come se il concetto di donna e di controllo sociale, così radicato nella religione e la cultura potesse essere gettato dietro le spalle come un burqa, che, per inciso, le donne continuano ad indossare. Cercare di ricostruire lo stato e la società civile afghana è un grande problema per la comunità internazionale. Come possono promuovere i diritti umani per le donne. così come vengono intesi in occidente, e allo stesso tempo superare una cultura che intende le cose tanto diversamente? A volte agiscono veramente molto male.

Tutto ciò viene chiarito dalla dolorosa storia delle ragazze tenute in custodia ad Herat.

Queste 26 donne, molte delle quali ragazzine, arrivarono all'attenzione degli operatori per i diritti umani a gennaio dello scorso anno quando un uomo riferì all'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR) che ragazze e donne rifugiate erano tenute prigioniere nella pensione di proprietà del Ministro per gli Affari Esteri, tenute in “custodia protettiva” da Ismail Khan, il noto dittatore (o signore della guerra) di Herat, nell'Afghanistan occidentale.

Sono passati tre mesi prima che l'UNHCR potesse entrare nella pensione, conosciuta nei dintorni come “giardino della libertà”, per parlare con le donne. Attraverso le interviste, gli investigatori dell'UNHCR hanno ricostruito lentamente quanto era accaduto. Le donne dimostrarono di essere due volte rifugiate. La maggior parte aveva lasciato l'Afghanistan per l'Iran con le proprie famiglie durante le guerre civili afghane. Crescendo in Iran avevano imparato a godere di maggiori libertà di quante ne avessero conosciute in Afghanistan, camminare liberamente per le strade, andare al bazar o nelle case dei loro amici. Dopo di che, ad ognuna di loro era successo qualcosa. L. era stata venduta in matrimonio a 13 anni ad un vecchio che la violentava e la picchiava, fino a che non è fuggita. M. è fuggita di casa dopo che il suo patrigno la violentò quando aveva quasi 14 anni. Altre venivano picchiate e furono cacciate di casa da un patrigno che rifiutava, come fanno spesso gli uomini afghani, di accettare i figli di un altro uomo.

Una dopo l'altra, il destino le aveva portate al santuario dell'Imam Riza a Mashhad, il più importante luogo di pellegrinaggio in Iran, dove avevano trovato un rifugio temporaneo negli ostelli per i pellegrini. Alcune di loro sono cadute nelle mani dei mezzani, dei trafficanti e degli spacciatori di droga che pattugliano il luogo e sono state messe al lavoro. Quelle che erano state riprese più volte dalle telecamere di sicurezza sono state catturate dalla polizia. Ufficialmente, o semi-ufficialmente - perché i rapporti in questi casi sono interni e incompleti - le ragazze sono state classificate come “donne non accompagnate”. Non essendo legate ad alcun parente, sono state automaticamente etichettate donne dissolute. Alcune donne affermano di essere state processate per immediata deportazione, ma in assenza di documenti, sembra probabile che molte di loro siano state semplicemente consegnate ad un ufficiale di frontiera afghano, un nipote di Ismail Khan, e successivamente al gevernatore di Herat stesso. Molte delle ragazze hanno riferito agli investigatori che un giorno “gli uomini di Ismail Khan” le hanno prelevate e condotte attraverso la frontiera per “offrire loro rifugio” nella vicina Herat.

Non è chiaro cosa sia accaduto lì, e le donne non ne parlano volentieri. A differenza delle donne occidentali, che sono in grado di riferire episodi di maltrattamento, le donna afghane sanno che verranno accusate di qualsiasi cosa che sia “sporco”. (le vittime di uno stupro possono essere messere in prigione per attività sessuale criminosa). Nella pensione le donne vivevano in alloggi molto vicini, controllate dagli uomini. Alcune delle ragazze più giovani hanno riferito che un gruppo di 5 o 6 ragazze più grandi avevano ‘relazioni’ con le guardie, e che spesso questo gruppo usciva per dei ‘picnic’ con gli uomini. L'investigatore dell'UNHCR ha trovato evidenze di maltrattamenti da parte delle guardie, lotta tra le donne, auto-mutilazioni, ripetuti tentativi di suicidio e profondi disturbi psicologici. S., 20 anni, aveva il terrore che la sua famiglia potesse ucciderla perché aveva avuto rapporti sessuali. N., di 18 anni, aveva cercato di togliersi la vita con una iniezione. K., di 18, aveva provato a saltare nel pozzo. F., 21 anni, aveva cercato di impiccarsi. M., 21 anni, si era appiccata fuoco con il kerosene, riuscendo a salvarsi soltanto perché erano intervenute altre donne. La lista continua, registrando malattie fisiche e disturbi mentali, probabili segni di stress post-traumatico. Due donne o tre erano incapaci di parlare del tutto.

Dopo l'indagine, Ismail Khan è stato persuaso a consegnare le donne, classificate ora ufficialmente come ‘rientrate’, all'UNHCR. L'agenzia delle Nazioni Unite, che non fornisce direttamente aiuto, le ha consegnate a Shuhada, una ONG afghana controllata dal dottor Sima Samar … ora capo della Commissione Afghana Indipendente per i Diritti Umani. Questa ha velocemente stabilito un “rifugio” per le donne a Kabul, promettendo loro corsi di alfabetizzazione e di formazione.

Ma a Kabul le cose sono velocemente peggiorate. Sebbene nessuno fosse incaricato, le donne sono state di nuovo rinchiuse, questa volta in alloggi ancora più piccoli, e di nuovo con uomini di guardia. I corsi di formazione che erano stati promessi sono diventati tessitura di tappeti, un tentativo di guadagnare speculando sulla scusa di coprire i costi del loro mantenimento. Le donne si sono rifiutate di farlo. Hanno iniziato a ribellarsi, a vestirsi in modo provocatorio, ad ascoltare musica ad alto volume, a danzare.

L'UNHCR ha chiamato in causa Medica Mondiale, una NGO tedesca con esperienze in Bosnia, Kosovo, Albania, nell'aiutare le donne vittime della guerra e della violenza degli uomini. I loro psicologi e medici hanno trovato le donne profondamente traumatizzate da violenze fisiche e sessuali, oltre che da gravi perdite, come la perdita della casa e della famiglia e, in alcuni casi, dei figli che avevano dovuto lasciare. Ma, secondo Sylvia Johnson, una psicologa tedesca che ha passato molte ore al ‘rifugio’ per un periodo di qualche mese, molte delle ragazze non erano depresse. Erano solo arrabbiate per il fatto di essere state rinchiuse.

«Erano insolenti», dice la Johnson, « come una banda di ragazzi di strada, ma non aggressive, né maliziose. Semplicemente un mucchietto di ragazzine con fantasie alimentate dai film della Bolliwood indiana. Volevano diventare stelle del cinema. Avevano spirito. Erano vive.»

Qualcuna ha cercato di fuggire, sebbene la polizia di Kabul avesse in seguito catturato due di loro che gironzolavano “non accompagnate” e le avesse messe in prigione. Almeno una, con la giovane figlia, è stata mandata in un manicomio, dove passava il tempo scrutando in modo ossessivo i genitali della figlia. Temendo di non potersi liberare di quelle che restavano, la dottoressa Samar ha accompagnato mezza dozzina delle ragazze più sveglie in una clinica finanziata da Shuhada nelle montagne centrali, apparentemente per addestrarle come infermiere. E poi la scorsa primavera ha offerto le rimanenti ragazze in matrimonio. Ovvero, ha fatto sapere che c'erano delle donne dispoibili e gli uomini nei dintorni hanno iniziato a fermarsi e chiedere. Quando si presentava un'occasione, la Samar chiedeva alla probabile sposa il suo consenso. O accettava o restava richiusa. Solo due donne hanno rifiutato di sposarsi.

A differenza della maggior parte delle spose afghane, queste venivano date via gratis. Questo ne ha fatto la preda di uomini che non potevano permettersi di pagare per una moglie. Sembra che una di esse abbia sposato un parente di una donna delle pulizie di Shuhada.

Un rappresentante afghano dell'UNHCR, a Kabul, ha ringraziato la Commissione Afghana Indipendente per i Diritti Umani per essere venuta incontro, con una soluzione tanto creativa, all'altrimenti insolubile problema delle donne indipendenti. La stessa Samar ha ribadito di aver fatto a queste donne un grosso favore nel garantire per loro e aver assicurato loro un posto legittimo nella società afghana. «È stato solo grazie alle mie raccomandazioni che hanno trovato un marito», ha detto. «Che altro potrebbero fare? Non possiamo certo tenerle per sempre.» Era un domanda retorica, come se non fosse possibile prevedere altre soluzioni, e come se lei avesse il diritto legale di trattenerle.

Nei mesi recenti, i cooperanti internazionali a Kabul hanno avvertito di non sollevare il problema dei diritti delle donne prima delle elezioni presidenziali, previste per ottobre, per paura che una reazione “conservativa” faccia vacillare il già fragile governo di Karzai e si rifletta negativamente sulle capacità ricostruttive di George W. Bush. Si ricorda ai difensori dei diritti delle donne che una ribellione armata rovesciò il regno del re riformista Amanullah nel 1929, quando cercò di abolire il purdah [separazione tra i sessi, n.d.t.], e il presidente Taraki nel 1979 dopo che aveva permesso alle bambine di frequentare la scuola. I difensori dei diritti umani rivendicano oggi cambiamenti analoghi, età legale minima per i matrimoni, la fine del “prezzo della sposa”, stessi diritti all'istruzione. Avendo firmato accordi internazionali sui diritti umani (come il CEDAW, la Convenzione del 1979 sull'Eliminazione delle Discriminazioni contro le Donne), l'Afghanistan è obbligato ad assolvere gli impegni presi. Ma questi giorni il ritorno dell'ombra talebana, lo stesso tipo di forza “conservativa” che, nel passato, aveva rovesciato il re e i comunisti, aleggia sopra Kabul come una nube oscura.

Nonostante ciò, volevo sepere cosa ne fosse stato delle ragazze di Herat. Shuhada mi ha dato gli indirizzi delle novelle spose così che potessi vedere con i miei occhi quanto fossero felici. Ho trovato una giovane donna, malamente contusa, che mi ha raccontato che suo marito e il fratello la picchiavano spesso. Ha detto di voler fuggire. Ho sentito dire che un'altra delle spose era già fuggita. Gli altri indirizzi della lista erano vuoti. Le donne erano sconosciute.

A luglio, la Samar ha detto che le due donne che hanno rifiutato di sposarsi, ora diciottenni, erano troppo vecchie per restare nella sua pensione. Gli era stata data una scelta, sposarsi o andarsene. Hanno firmato un documento che il rifugio non era debitore in alcun modo con loro e sono uscite dalla porta, di nuovo donne dissolute, o forse, per il momento, libere.