Nell'ovest dell'Afghanistan persistono le restrizioni

AFP , 10 marzo 2004

di Madeleine Coorey

Le donne non possono lavorare, le ragazze non possono frequentare uomini che non siano parenti stretti, gli uomini impiegati in uffici pubblici devono portare la barba e non possono indossare la cravatta. Sono solo alcune delle restrizioni imposte nella città occidentale di Herat.

Herat, una delle più floride province dell'Afghanistan, storico centro culturale, amministrata da Ismail Khan, noto signore della guerra, è tornata allo stato retrogrado imposto dai talebani.

Secondo quanto riferisce Abdul Azeem Akeed, dell'ufficio della Commissione Afghana per i Diritti Umani ad Herat, «Ad Herat l'atmosfera è più chiusa e restrittiva rispetto a Kabul. Chiunque osi parlare contro l'amministrazione rischia di essere arrestato, minacciato, rischia la propria vita».

Herat che, insieme a Jalalabad ad est e Mazar-i-Sharif al nord, è una delle città più progressiste, con la sua popolazione istruita e la classe professionale, è considerata un caso campione per i progressi dei diritti in Afghanistan, uscito da più di due decenni di conflitti.

Akeed ha detto che, nonostante il temuto Dipartimento per il Controllo delle Virtù e dei Vizi, istituito dai talebani, non esista più, «la gente se ne serve per rafforzare le leggi» e, come aggiunge, i matrimoni forzati sono sempre più diffusi.

I negozi di abbigliamento hanno il divieto di mostrare il viso dei manichini, le donne non possono lavorare e persino bambine di tre anni sono obbligate a coprire il capo.

«Gli uomini che lavorano per il governo, che siano militari o no, devono portare la barba. Indossare una cravatta è considerato peccato, perché tipicamente cristiano», dice, aggiungendo che queste regole non rappresentano certo il desiderio del popolo, ma quello di Ismail Khan, che ha fatto molto per ricostruire Herat e incoraggiare lo sviluppo economico nella provincia.

«Ismail Khan dice che è il volere del popolo, ma non è così.

«Subito dopo la caduta dei talebani la gente ha iniziato ad indossare la cravatta e molti uomini nell'esercito hanno iniziato a radersi. Sono stati puniti. Da allora la gente ha paura»

In un'intervista con AFP la scorsa settimana, Khan ha negato che ci fosse alcuna intimidazione, affermando che «ad Herat esiste anche opposizione».

Il governatore, che era stato imprigionato dai talebani e, dopo essere fuggito, aveva combattuto contro di loro, sostiene che la stampa esagera riguardo la situazione della provincia.

Akeed riferisce che le donne hanno paura di essere attaccate se non indossano il burqa.

Lo scorso lunedì, una giovane donna è stata arrestata dalla polizia di Herat perché se ne stava seduta in macchina con un uomo. Il capo della polizia, Haji Gul, ha riferito che la coppia, che era stata sorpresa nei pressi della casa del governatore, è stata rilasciata subito dopo.

Secondo Rafiq Shahir, capo del Consiglio di Herat, «Non c'è libertà di parola ad Herat. A Kabul c'è maggior libertà, la gente gode di maggiori diritti».

Shahir riferisce che recentemente una festa di matrimonio è stata interrotta dalla polizia, che aveva sentito la musica. «Dopo quell'incidente la gente evita di organizzare feste o lo fa segretamente».

Gli uomini di affari confermano che il loro lavoro viene continuamente controllato dal governo provinciale.

Un negoziante ha riferito che il suo negozio è stato chiuso per molti giorni perché vi lavoravano delle donne, che vendevano cosmetici ed indumenti femminili. In realtà le donne lavoravano in una zona del negozio accessibile solo ad altre donne, ma per ordine di Ismail Khan il negozio è stato chiuso. Un funzionario è andato direttamente nel settore riservato alle donne, ha tirato le tende e ha intimato loro di andarsene, poiché non avevano il diritto di lavorare lì. Quando si è lamentato col governatore, gli è stato risposto che non c'erano problemi se delle donne lavorano con altre donne ed il negozio è stato riaperto. Quello che è certo è che non ha più assunto delle donne.

Un altro negoziante ha riferito ad AFP di essere stato minacciato molte volte perché teneva in vetrina dei manichini femminili. Ha detto anche che precedentemente nella sua fabbrica lavoravano delle sarte, ma che è stato costretto a mandarle via a causa del divieto.

«Le donne possono mendicare per strada, ma non lavorare»