Abusi dilaganti, restrizioni della libertà continuano dopo quasi un anno dalla caduta dei Talebani.

The San Francisco Chronicle, 14 ottobre 2002

di Anna Badkhen

Imam Sahib, Afghanistan

Qualcuno dice che Kurga avesse 25 anni quando è morta, altri dicono che ne avesse 35. Un vicino ha raccontato che è morta per un attacco di cuore causato da un problema di pressione alta. Tutti gli altri dicono che durante una notte, calda e stellata, di fine settembre, il marito di Kurga l’ha uccisa per gelosia. Ma in fondo non è questo il punto. La morte di Kurga era inevitabile - solo una questione di tempo - ha affermato Abdul Kayum, il capo della polizia di Imam Sahib. L’intera città sapeva che Kurga aveva avuto una relazione con un soldato talebano lo scorso anno. E mentre Abdul Kayum ammette che il marito di Kurga avesse sbagliato a farsi giustizia da solo, è noto che l’uomo non verrà punito per delitto. Secondo la Shariah, il severo codice islamico, ci devono essere quattro testimoni uomini per provare la colpevolezza del marito di fronte alla corte, spiega Abdul Kayum. Non ci sono testimoni della morte di Kurga. Anche nel caso in cui il marito non l’avesse uccisa, lo stato avrebbe sentenziato: secondo la Shariah l’adulterio è un crimine punibile con la lapidazione.

La morte di Kurga e l’indifferenza del capo della polizia a riguardo sono l’emblema della profonda perdita di speranza che era stata accesa nelle donne dopo la caduta del regime estremista dei Talebani, in un paese distrutto dalla guerra. La realtà per queste donne è ancora una volta di repressione, non libertà.


LA RIAPERTURA DELLE SCUOLE

Ovviamente, ci sono stati dei cambiamenti da quando il nuovo governo è salito in carica lo scorso dicembre. Sono state riaperte le scuole femminili, hanno ripreso il via le lezioni per le donne adulte, molte donne sono ritornate al lavoro e alcune sono state viste in pubblico senza il burqa - il tradizionale mantello che copre la donna dalla testa ai piedi.

Ma la maggior parte delle donne sono ancora delle figure blu relegate nella polvere, accessori del marito e del padre, casalinghe che vivono nella paura sotto rigide regole in un paese che ancora si definisce uno stato islamico.

Lontano dalla capitale Kabul e dalle grandi e una volta cosmopolite città, come Mazar-i-Sharif, i genitori continuano a vendere le proprie figlie ai loro futuri mariti, alle donne non è permesso andare per negozi e, quando vanno al ristorante, devono mangiare separate dagli uomini. Anche a Kabul, dove le donne viaggiano in auto più che in groppa ad un ciuco, vengono fatte sedere nel portabagagli e non comodamente all’interno della vettura come gli uomini.

Le dilanganti violazioni dei diritti delle donne afghane sono in parte causa dell’alto tasso di mortalità durante il parto, secondo uno studio pubblicato sul numero dell’11 settembre sul Giornale dell’Associazione Medica Americana. Ricercatori del Brigham and Women’s Hospital di Boston e del gruppo Physicians for Human Rights, hanno intervistato 4.886 donne della provincia di Herat, a nord-ovest. Hanno stimato che ad Herat 593 donne ogni 100.000 muoiono durante la gravidanza o il parto. In Afghanistan il tasso di mortalità durante il parto è il secondo più alto al mondo (dopo la Sierra Leone) con 1.700 morti ogni 100.000 gravidanze; negli Stati Uniti è di 12 su 100.000.

L’autore della ricerca, la dottoressa Lynn Amowitz, ha spiegato che il personale preparato, le strutture mediche e i mezzi sono insufficienti. Inoltre, molte strade sono inaccessibili in una nazione distrutta dalla guerra. Ad Herat, 35 medici curano una popolazione di 793.214 persone. Non esistono ospedali in 20 delle 31 province afgane. Amowitz denuncia anche il fatto che alle donne viene negato il diritto alle cure mediche e ad alcun programma di pianificazione delle nascite. In alcuni casi i mariti costringono le mogli a partorire in casa, perché la loro cultura considera un disonore le cure medicche portate da estranei in luoghi pubblici. «Ciò che semplicemente appare come un’assistenza medica pubblica catostrofica nella provincia di Herat è una prova del rifiuto e della privazione delle donne dei propri diritti in Afghanistan» afferma la Amowitz in una dichiarazione.

Inoltre, lo studio ha anche evidenziato che l’80% delle donne intervistate considera il sesso con il proprio marito un obbligo. Quasi la metà ritiene che un marito abbia il diritto di abusare fisicamente della moglie se questa gli disobbedisce.

Feminist Daily News Wire
12 settembre 2002

«Questa è la vita a cui siamo abituati», racconta Nargiz, 30 anni, originaria di Imam Sahib e residente nella città di Dasht-e-Qaleh, nella provincia settentrionale di Takhar, dal 1999.


VENDUTA DAI SUOI GENITORI

Nargiz è arrivata a Dasht-e-Qaleh dopo che suo marito, Mahbuhbullah, l’aveva comprata dai suoi genitori per 12 mila dollari. Qui, lei, che prima insegnava nella scuola della città, ha imparato a non lavorare, a dividere la casa con l’altra moglie di Mahbuhbullah, Najiba, ad evitare uomini che non conosce e a nascondere il suo bel viso sotto il burqa ogni volta che esce di casa.

In un certo senso, Nargiz aveva più grinta durante la guerra. Quando fu intervistata per la prima volta dal Chronicle un anno fa, durante l’attacco degli Stati Uniti ai Talebani, aveva raccontato che discuteva spesso con suo marito e qualche volta aveva pensato di intrufolarsi nella stanza dell’altra moglie durante la notte per tagliarle la gola.

Ora, nel nuovo Afghanistan liberato, Nargiz appare molto più timida. «La vita è buona», dice, guardando imbarazzata il tappetto steso sul pavimento, «Mi sono abituata al mio burqa adesso».

In altri casi, il burqa è indossato per paura. Lo Human Rights Watch ha recentemente riportato in un documento che la polizia talebana della Protezione della Virtù e la Prevenzione dei Vizi continua a regnare in alcuni remoti distretti dell’Afghanistan del sud, picchiando e minacciando le donne che mostrano il loro viso in pubblico.


ABUSI CONTINUI

In molti casi il nuovo governo non è migliore. È noto come i soldati fedeli al potente signore della guerra del nord Abdul Rashid Dostum violentino ripetutamente le donne e le ragazze nel nord dell’Afghanistan.

«Le donne afghane … sono state costrette a ridurre la loro presenza nella vita pubblica per evitare di essere bersaglio di violenze da parte delle fazioni armate e da coloro che stanno cercando di imporre le leggi talebane», ha scritto HRW nel suo ultimo rapporto. «Le donne afghane, specialmente fuori Kabul, rischiano seriamente la loro incolumità fisica».

La nascente e sotto pagata forza di polizia in Afghanistan ha pochi mezzi per proteggere le donne dalla violenza nelle strade o in casa. Abdul Kayum, per esempio, è a capo di una forza di polizia di 123 uomini e ha a disposizione una sola auto in una città di 400.000 persone. Il giorno in cui Kurga è morta, Abdul Kayum ha inviato l’unica vettura con quattro poliziotti a prendere Nasri, un medico, per effettuare un’autopsia sul corpo della donna - una formalità poiché, in assenza di testimoni di sesso maschile, l’autopsia non è considerata una prova per la corte della Shariah, egli sottolinea.

Non è chiaro se la storia di Kurqa sarebbe stata diversa se Abdul Kayum avesse a disposizione un maggior numero di poliziotti.

«Quella donna ha commesso un crimine», sostiene Abdul Kayum. «La morte è stata la sua punizione».